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Come muore un social network (che ho scoperto solo dopo che era morto)

aaaSi chiamava Friendster, e vogliamo ricordarlo così, come il nonno di Facebook. Se non avessi sentito parlare di lui ieri attraverso questo tweet, onestamente non ricorderei nemmeno della sua esistenza. Era un social network, e si è spento, dopo una breve agonia, nel 2009. Nato quando i social network erano ancora cosa nuova, nel 2003, era riuscito a ingolosire anche Google, che avrebbe voluto accaparrarselo per 30 milioni di dollari. Sul perché sia morto, dicono “per un restyling mal riuscito, che ha allontanato gli utenti e fatto crollare come un castello di carta tutta la sua impalcatura di connessioni”.

Ma sulle dinamiche mediante cui, uno alla volta, gli utenti abbiano deciso, e in pochissimo tempo, di non utilizzarlo più, nessuno aveva mai indagato finora. Lo hanno fatto da poco David Garcia e i suoi collaboratori dell’ETH di Zurigo, nel tentativo di dare una visione razionale del fenomeno. Comportandosi come veri archeologi della Rete, i ricercatori hanno scavato nella storia e nelle connessioni di Friendster. Una volta ritrovati i suoi fossili digitali, li hanno quindi sezionati come in un’autopsia, per poi integrare tutte le informazioni in un articolo pubblicato su arXiv.

Ne è emerso che l’anello debole di Friendster erano i nuclei delle connessioni. C’era un gruppo troppo ristretto di persone con connessioni numerose e solide, e invece una grossa periferia di iscritti con appena due connessioni ciascuno. Una volta effettuato il redesign del sito, i molti utenti che non lo apprezzavano più e hanno preferito allontanarsi, hanno trascinato inevitabilmente tutti gli altri dietro di sè. Questo perché i numerosi che erano legati solamente ad una coppia di user, assistevano all’abbandono di uno dei due e ciò significava rimanere con un unico contatto: una motivazione decisamente fragile per rimanere iscritto al sito. Nel caso di Friendster, questa fragilità si è rivoltata sottoforma di una cascata distruttiva, fino a provocarne il collasso totale, proprio come se tanti piccoli focolai sparsi sulla rete uno dopo l’altro si fossero incendiati e avessero trascinato con sè nell’esplosione ciò che li circondava.

Il numero e il tipo di connessioni dei singoli utenti di un social network è dunque, sostiene Garcia, la chiave per prevederne la vulnerabilità in seguito alle tendenze che si diffondono attraverso i suoi rami. Un insegnamento strategico non indifferente per Facebook e gli altri grovigli sociali contemporanei della Rete, a cui viene confermato che la longevità di un network non è connessa solo al numero di partecipanti, ma anche allo spessore dei sottili fili rossi che li tengono aggregati gli uni agli altri. Insomma, se sentiremo un giorno dire da Zuckerberg che l’amicizia è cosa sacra, starà probabilmente solo cercando di regalare qualche annetto in più al suo prodottino digitale vestito di blu.

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